Chiedo scusa a tutti i miei lettori, ma per il momento non mi è possibile dedicare tempo a questo blog. Un abbraccio sincero a tutti

Ru486: è stata approvata nonostante i vari dubbi e perplessità


All’indomani del via libera all’uso della Ru486 nei nostri ospedali, ad opera dell’Agenzia italiana del farmaco viene spontaneo chiedersi a chi giova tutto questo??!!

Il bollettino medico che l’accompagna è tutt’altro che rassicurante. Perché alle già tante perplessità etiche si sommano quelle sanitarie, riconosciute dagli stessi produttori, (29 decessi di donne che l’hanno usata).

Con quanta faccia tosta e con la coscienza apposto, molti possono affermare che l’aborto chimico è semplice e leggero, come spesso viene propagandato. I vari e numerosi dossier delle autorità sanitarie internazionali parlano di emorragie, infezioni, forti dolori e di una mortalità della donna dieci volte maggiore dell'aborto chirurgico ( Ho già affrontato l’argomento diverse volte su questo blog).

Gli specialisti poi, affermano che a livello psicologico l’elaborazione del lutto, dopo l’assunzione della Ru486, è più pesante che negli altri casi. Perché? Semplice: con l’aborto chirurgico, infatti, è il medico ad effettuare l’interruzione della gravidanza, in quello chimico è la stessa madre che somministra al bambino la dose letale. E ne è ben cosciente. Senza considerare che la legge 194 non prevede l’aborto “fai da te”.

Questa pillola lungi dall’aiutare la donna a compiere una scelta di vita, rischia di ricacciarla in quella solitudine e sofferenza che pure si dice di voler combattere.

Però così come dicono molti si esce dall’oscurantismo che la Chiesa impone all’Italia e si diventa veri membri della società civile. Se questa è la civiltà preferisco essere una dei tanti oscurantisti che lottano ancora per la difesa della vita, soprattutto di quella di chi non ha voce per difendersi.

GRAN BRETAGNA/ L’ultima follia faustiana: uccidere un embrione per crearne un altro


IlSussidiario

La notizia è di quelle che ormai non stupiscono più chi ha l’avventura di occuparsi di questioni di bioetica.
Si tratta degli spermatozoi in provetta, battezzati “in vitro derived sperm (IVD)”, l’ultima novità giunta dal Regno Unito.
Un gruppo di ricercatori dell'università di Newcastle ha, infatti, annunciato di essere riuscito a creare, per la prima volta, spermatozoi umani in laboratorio a partire da cellule staminali di embrioni donati da coppie che si sono sottoposte a fecondazione assistita.

L’esperimento, condotto presso il North East England Stem Cell Institute attraverso la distruzione di embrioni umani, ha subito suscitato l’euforia delle organizzazioni lesbiche, le prime ad esultare per la possibilità di generare esseri umani senza maschi e senza padri.
In realtà quest’ultima scoperta rappresenta soltanto l’ultima frontiera della decenza etica nella ricerca scientifica: la creazione di entità biologiche umane in laboratorio, bambini generati da persone mai nate, senza memoria, senza tradizione, senza appartenenza e senza storia.

Come sempre, a simili aberrazioni vengono attribuiti gli intenti più nobili.
Il prof. Karim Nayernia, che dirige il gruppo dei ricercatori, ha definito l’esperimento come "un importante risultato che consentirà agli scienziati di acquisire una maggiore conoscenza del procedimento di formazione degli spermatozoi" ed una "maggiore comprensione delle cause di infertilità fra gli uomini".
Sarah Norcross, direttrice del Progress Educational Trust, è più esplicita e parla di una scoperta capace "di dare speranza ai maschi che soffrono di infertilità e che desiderano figli del loro stesso patrimonio genetico", e "di superare il problema della scarsità di donatori di sperma nel Regno Unito".

La domanda che pone questo ulteriore “progresso” scientifico è drammatica e semplice al tempo stesso. Che senso ha distruggere un embrione per ottenere sperma artificiale al fine di generare un altro embrione? Nessuno, nessunissimo fine se non quello di reiterare l’eterna tentazione faustiana dell’uomo: generare la vita. Si arriverà un giorno a creare in laboratorio un essere umano creato con spermatozoi sintetici e ovociti artificiali? Sarebbe la realizzazione del sogno di Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, detto Paracelso. Fu proprio l’alchimista rinascimentale svizzero il primo a tentare la creazione in laboratorio dell’homunculus, attraverso l’utilizzo di sperma umano imputridito per quaranta giorni in una provetta al calore del ventre equino.

È l’eterna tentazione dell’uomo che attraversa culture, secoli, latitudini. Come il Golem dell’antichissima tradizione mitologica ebraica, che incarna proprio il mito dell'uomo artificiale creato da un altro uomo, come atto di sfida a Dio, tentativo disperato di impossessarsi della sua forza creatrice.
Non è un caso che il termine Golem derivi dalla parola ebraica gelem che significa “materia grezza”, o “embrione”. Sinistre premonizioni.

(Gianfranco Amato - Presidente dell'Associazione Scienza e Vita di Grosseto)

Torno presto

Chiedo scusa per il silenzio di questi giorni.
La mia mamma è in ospedale per alcuni controlli e io non ho tempo e modo di utlizzare internet.
Tornerò presto.

Trapianti: la giusta informazione


In questi ultimi giorni ho avuto modo di confrontarmi con una tematica apparentemente chiara, assodata e pacifica: quella dei trapianti di organi. Premetto che non sono contraria alla donazione, devo rilevare però che esiste una grande disinformazione al riguardo. Per certe decisioni di così vitale importanza, tutti dovrebbero essere coinvolti ed essere informati in modo da avere una capacità di giudizio. Questo in Italia non c’è, né tantomeno c’è stato nel periodo di promulgazione della Legge 91/99 ( dissenso – assenso della Rosy Bindi).

La cosa, invece, era ed è ancora tutta nelle mani della politica, della chirurgia, delle aziende farmaceutiche e nel mondo secolarizzato come quello attuale, il bene comune e la morale spesse volte sono mascherate dietro ben altre finalità.

Ad esempio: l'informazione non dice che il corpo del donatore (con il consenso carpito ai familiari in pochi minuti) una volta dichiarato morto, in base al criterio della morte cerebrale, sarà mantenuto artificialmente in vita per essere utilizzato come una banca di organi da trapiantare all'occorrenza. Quali enormi vantaggi per la lobby medica,
d'altra parte la definizione di morte se l'erano costruita loro proprio a questo scopo, individuando nella morte cerebrale il confine dove termina la vita.(Cliccate per saperne di più)

Ma si è davvero sicuri di conoscere la precisa linea di demarcazione tra la vita e la morte? Di quel cervello di cui se ne conosce il funzionamento per il solo 1%? Possiamo veramente ritenere morto chi ancora respira, pulsa, funziona organicamente? Se fosse così dovremmo ritenere che la vita di un uomo si identifichi tutta con la sua testa e che il suo corpo sia per lui qualcosa di estrinseco. Ma un essere umano non è soltanto ciò che pensa, esso è anche inscindibilmente il suo proprio corpo.

Per questo finché il corpo è in coma e ancora respira deve essere considerato come il residuo permanente di quel soggetto la cui vita sta per andarsene, ma non se n'è ancora andata del tutto: tali momenti dovrebbero essere circondati dalla pietà, non dallo sfruttamento del corpo. Il rispetto per ciò che quella persona era impone ora di non trattarlo strumentalmente riducendo il suo corpo a una cosa. Esso
non è un insieme di pezzi di ricambio.

Se non c'è più niente da fare si dovrebbe evitare qualsiasi accanimento, attendere che la natura faccia il suo corso e solo successivamente, con un consenso magari un po' meno frettoloso, procedere all'espianto degli organi. Certo, le condizioni non sarebbero più ottimali, i vantaggi più limitati, ma è la tecnica che dev'essere subordinata all'etica e non viceversa.

Leggendo poi qua e là ho scoperto che per il solo espianto di un organo vengono coinvolte circa duecento persone e che il costo totale dell’intervento si aggira anche intorno a un milione di euro (considerando risorse umane e macchinari). Non vi sorge il dubbio che la lobby dei trapianti spinga un pochino, verso questo costosissimo intervento, e lo fa anche quando si potrebbe evitarlo (tanti sono i casi di trapianti non necessari)? In passato e anche oggi.

Concludo riprendendo la parte iniziale di questo post, affermando il mio essere a favore dei trapianti di organi, necessari per salvare altre vite, mi chiedo solo quanto tutto questo venga fatto in modo etico e senza abusi.

Il delirio dei pro-choice. L'aborto come prodotto da vendere


L’altro giorno leggevo (come molti di voi sicuramente) della presa di posizione della Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles contraria a una proposta che permetterebbe di pubblicizzare l'aborto e i contraccettivi sui media.
Nella dichiarazione, i vescovi affermano di non credere che “i servizi che offrono o si riferiscono all'aborto dovrebbero avere il permesso di fare pubblicità sui media”.

L'aborto non è una medicina, né un prodotto. Presentarlo come una di queste cose erode il rispetto per la vita ed è altamente fuorviante e dannoso per le donne, che possono sentirsi spinte a prendere una decisione rapida che non potrà mai essere revocata”.
I Vescovi aggiungono che “permettere la pubblicità sui servizi abortivi contribuirebbe a un'ulteriore 'normalizzazione' dell'aborto e alla sua assimilazione a un servizio”.

Alla fine della lettura mi sono detta: il momento è arrivato. L’ABORTO è diventato un prodotto da vendere, da consumare. Non esprimo i sentimenti provati nel leggere questo articolo perché insieme alla tristezza e al vuoto ho provato anche sentimenti non del tutto cristiani.

Poi riflettendo mi sono detta: perché stupirsi? I promotori pro-choice hanno pianificato tutto da tempo. Nulla è lasciato al caso, come il piano inclinato. Mettete un pallina sul piano inclinato prima scende piano piano poi la sua velocità e la sua corsa diventano inarrestabili. Oppure aprite una fessura in una diga, prima o poi si aprirà una voragine.

Non è successo questo con la 194? Doveva essere l’extrema ratio non certo la prima soluzione. Era lecito abortire solo dopo un lungo iter, consultori, ostacoli da rimuovere ecc. Invece mai applicata, basta andare da un semplice medico o Asl e il giochino di uccidere una vita è fatto. L’aborto da ultima soluzione è diventata quella privilegiata. Per non parlare dell’ultima uscita del ministro spagnolo che ha paragonato l’aborto ad un intervento di chirurgia estetica.

Hanno incominciato col chiedere poco per avere molto. Hanno usato i termini giusti. Perché uccisione del feto o di un bambino era troppo scioccante, meglio usare interruzione volontaria della gravidanza. Che artisti non c’è che dire.

Il problema è che questi signori hanno fatto della menzogna il loro pane quotidiano. Avete presente le loro solite filastrocche? L’Italia è all’ultimo posto per la ricerca sugli embrioni, l’Italia è all’ultimo posto nell’accesso delle tecniche di fecondazione, l’Italia è un paese oscurantista, e blà blà blà.

Ma sì vendiamolo bene questo prodotto. Continuate a far credere alle persone che se non vogliono il bambino concepito non resta che abortire.

Io però non ci sto. Non ci sto perché comunque c’è sempre un’alternativa, anche quando si è sicuri di non volerlo quel bambino. Un’alternativa che chiede sicuramente coraggio.

Quella di portare a termine la gravidanza, per poi affidare il bambino ad altri che lo ameranno per sempre. Coppie che non hanno potuto avere figli e non aspettano altro che poterne crescere uno amandolo come se fosse il proprio. Perché partorire e lasciare il bambino in ospedale, in completo anonimato, è previsto dalla legge, sarà poi lo Stato a tutelarlo.

Ripeto è sicuramente una scelta coraggiosa, ma è una scelta che ripaga: la fierezza di aver salvato una vita umana. Perché nel grembo di ogni donna incinta non c’è un prodotto ma un bambino che non vuole morire.


P.S.: mi scuso per l'immagine, ma a volte c'è bisogno di guardare per sapere.

RU486: come si mette in vendita un farmaco così sospetto?

Sembra che sia arrivato il momento anche per l’Italia della RU 486, la pillola abortiva che sta creando non poche polemiche. Avevo già parlato qualche post fa della Ru e dei su rischi per la salute delle donne.

Oggi il dibattito su di essa si fa acceso perchè secondo le stime dovrebbe essere commercializzata entro la fine dell'estate. A tal proposito vi propongo un interessante intervento del sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, apparso su il Giornale.it

La tanto discussa pillola abortiva, la Ru 486, sta per essere commercializzata anche in Italia, mentre i preservativi entrano nelle scuole superiori di Roma con tanto di distributori automatici. Una rivoluzione etica e culturale che coinvolge la sfera sessuale di donne e giovani. Ma il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, rifiuta le iniziative, inutili o pericolose. Tanto che sulla Ru 486 lancia la sua battaglia di trasparenza. "Quella pillola non è sicura. Ci sono state troppe morti sospette e le donne devono saperlo". Ma il ministro Ferruccio Fazio ne ha annunciato la commercializzazione entro la fine dell'estate. "Ha solo fatto una previsione sui tempi dell’Aifa, l’ente di farmacovigilanza. Non ci sono divergenze tra noi". Lei però ha sollevato un problema di sicurezza.

"La casa farmaceutica che produce la pillola ha confermato 29 morti di persone che l’hanno usata". Come si mette in vendita un farmaco così sospetto? "Me lo domando anch'io. Infatti ho chiesto un parere tecnico dall'Aifa". Ma fonti informali dicono che la Ru ormai entrerà nei circuiti di vendita: è già stato stabilito il prezzo. "Ho già chiesto all'Aifa di rendere pubblica la procedura di approvazione della pillola abortiva. Voglio la massima trasparenza, per far capire alle donne a che cosa concretamente vanno incontro quando scelgono l'aborto farmacologico".

Sente puzza di bruciato? "Trovo pesante che si proceda come se niente fosse. Inoltre, in queste statistiche di decessi non ci sono dati provenienti da Cina e India, dove la Ru è molto diffusa". Quindi, secondo lei, le morti sono di più? "Le donne quando vanno ad abortire sono molto fragili e difficilmente fanno causa se qualcosa va male, un po' per motivi psicologici, un po' per pudore. Anche i familiari sono restii a denunciare il caso se una donna muore. Inoltre si è diffusa la convinzione che abortire in questo modo sia espressione di modernità, di emancipazione".

Così si muore e i medici insabbiano? "In California sono state smascherate diverse morti sospette solo dopo che il padre di Holly Patterson, una diciottenne deceduta dopo aver usato la Ru, è riuscito a vincere la sua battaglia legale. In un altro caso, il marito di una donna morta a causa della pillola, è riuscito a provare il nesso solo dopo un'autopsia privata". Ma perché si spalleggia tanto l'aborto farmacologico? "La mia impressione è che sia un farmaco con una pesante valenza ideologica. E in Italia il suo rischio potrebbe essere valutato in modo meno obiettivo rispetto ad altri farmaci. Invece, non vanno fatte ipoteche ideologiche. Qui c'è di mezzo la salute delle donne".

Cosa ne pensa dei distributori di condom nelle scuole? "I preservativi si trovano dappertutto. Credo che non sia il modo giusto di affrontare l'emergenza educativa tra i giovani".E quale sarebbe il modo giusto? "Aiutare la famiglia a riacquistare la sua capacità educativa che si è fortemente indebolita". Non sarebbero utili i corsi di educazione sessuale nelle scuole? "Questa è una visione statalista. Non si può sostituire un rapporto di relazione e fiducia tra figli e genitori con un corso in cui si spiegano cose che i ragazzi magari già sanno. Il problema è più sottile, è l'educazione alla responsabilità, anche in campo sessuale, che va svolta all'interno della famiglia".

ONU, massoneria, aborto ed eugenetica

"La massoneria è un'istituzione segreta, di cui non si conosce il funzionamento. O meglio, è semi segreta, nel senso che la sua esistenza è ufficiale; tanto ufficiale che alcune istituzioni massoniche sono accreditate presso l'ONU; tanto ufficiale che sempre presso l'ONU pare che ci sia una cappella della Golden Dawn, importantissima associazione esoterico-massonica. Ma non è ufficiale il suo funzionamento interno, dato che neanche i membri che vi appartengono lo conoscono e i gradi inferiori non sono ammessi alla comprensione dei segreti dei gradi superiori. Ora, se la segretezza era un bene ai tempi dello stato assoluto, ci si deve domandare se lo è anche oggi. Ci dobbiamo domandare cioè se è un bene che capi di Stato, magistrati, militari, funzionari e dirigenti della banche centrali, appartengano ad una istituzione di cui è impossibile conoscere il funzionamento interno.

A mio parere no e vi spiego il perchè.

Perché se i capi di Stato e i dirigenti della banche centrali, sono massoni, come sono massoni molti politici, vorrà dire che le decisioni vitali per il paese non verranno prese in sede politica, ma in sede massonica, senza che la gente ne sia informata. La politica italiana, o statunitense, non viene decisa a livello "politico", di dialogo tra partiti, ma a livello di dialogo tra istituzioni massoniche, con il risultato che la massa non è a conoscenza di ciò che avviene realmente.
Se infatti per scalare i vertici del potere ed arrivare ad essere nominato Presidente della Repubblica debbo entrare in un'associazione segreta di cui neanche gli stessi associati dei livelli inferiori conoscono il funzionamento, i fini e altri segreti dei livelli superiori, ciò vuol dire che non è dato sapere alle masse in base a cosa e perché vengono prese le decisioni più importanti. E si badi bene: saranno nell'ignoranza non solo le masse, la gente comune, ma anche gli stessi massoni di grado inferiore all'ultimo (ufficialmente il 33, ma pare che esista il 51 e chissà quanti altri di cui non ne siamo a conoscenza). Questo, a livello italiano, comporta una palese violazione dell'articolo 1 della Costituzione, in cui la sovranità dovrebbe appartenere al popolo".
Paolo Franceschetti (Avvocato)

PROGRAMMA MASSONICO


(contenuto in una circolare segreta della massoneria del 1905)

cfr. Chiesa Viva n.109, pg.5

1- I cristiani si sciupino prima del matrimonio (immoralità sessuale)
2- Non giungano al matrimonio (non sentano il bisogno, si tolgano loro i mezzi)
3- Se vi giungono, lo frantumino (divorzio facile e protetto)
4- Non facciano figli (contraccettivi)
5- Se i figli arrivano, li ammazzino (aborto facile e protetto)
6- Se li fanno, non li possano allevare (sfavorire le famiglie numerose, difficoltà per la casa)
7- Se li allevino, non li educhino cristianamente (guerra agli Istituti Religiosi e alla Religione nella Scuola)
8- Se qualcuno scampa, non arrivi all’università (in tutto l’Est comunista i cristiani non possono accedere alle università)
9- Comunque, venga escluso dalla direzione sociale

MANDATO DELLE NAZIONI UNITE-OMS-ONESCU

(datato 1965-66)

1- Diffondere il preservativo, la cui presenza dovrà essere massima e a basso prezzo
2- Promozione di matrimoni tardivi e modelli di famiglia ridotta
3- Includere gli orientamenti del controllo delle nascite nelle materie di studio delle scuole mediche
4- Combattere l’idea cristiana di astinenza, perché essa non promuove la salute mentale e i rapporti piacevoli tra marito e moglie
5- Diffondere la sterilizzazione chirurgica
6- Promuovere l’aborto come mezzo anticoncezionale, perché molti sono pervenuti ad avere coscienza che l’aborto può costituire, oggi, l’unico metodo di largo impiego per il controllo delle nascite su scala mondiale
7- La messa sul mercato di prodotti orali per il non-concepimento o l’aborto sicuro

Delle Organizzazioni non Governative più potenti all'interno dell'ONU che si occupano della popolazione o meglio della pianificazione delle nascite, c'è la INTERNATIONAL PLANNED PARENTHOOD FEDERATION (IPPF) (nata negli anni '20 come Società egenetica) Quì di seguito le sue misure per ridurre il tasso di fertilità nei Paesi Sviluppati.

PROGRAMMI DEL IPPF datati 1984

1-
Costringere le donne a lavorare, e costruire meno asili infantili
2- Limitare o eliminare l’assistenza medica gratuita, le borse di studio, i prestiti e i sussidi a famiglie con più di un certo numero di figli
3- Aborto obbligatorio per le gravidanze contratte fuori dal matrimonio
4- Sterilizzazione obbligatoria per chi abbia già due bambini
5- Sospensione dell’assegnazione di case popolari alle famiglie numerose
6- Riduzione o eliminazione del pagamento dello stipendio alle donne durante la maternità
7- Sospensione dell’assistenza sociale alle famiglie con più di due figli
8- Posponimento del matrimonio
9- Creazione di una nuova immagine della famiglia
10- Aumento dell’umosessualità

A voi le somme!!

L'ONU e la lunga lista dei suoi fallimenti

ROMA, domenica, 14 giugno 2009 (ZENIT.org).- "La situazione dei diritti umani in Cina è stata ancora una volta al centro dell'attenzione il 4 giugno scorso, in occasione del 20° anniversario della sanguinosa repressione delle manifestazioni in favore della democrazia in piazza Tienanmen a Pechino.
I principali organi di informazione si sono incentrati sui diritti civili e politici, ma la negazione del diritto delle famiglie di poter scegliere quanti figli avere continua ad opprimere molti cinesi.
Il 7 maggio, LifeNews.com ha pubblicato un servizio che illustra le conclusioni di un'indagine svolta segretamente in Cina da Colin Mason.

Le sanzioni previste per chi ha figli oltre il limite legale ammontano oggi a tre/cinque volte il reddito delle famiglie stesse, secondo LifeNews. Non sorprende che quando le coppie si vedono imporre simili multe molte acconsentano ad abortire o a lasciarsi sterilizzare.
Secondo Mason, nella provincia del Guangxi i figli nati oltre i limiti consentiti sono posti sotto custodia dalle autorità statali, che li trattengono finché i genitori non riescono a pagare le esorbitanti multe.

Tra questi abusi, il Times ha citato i casi delle donne che avendo già un figlio rischiano di subire regolari test di gravidanza, nonché pressioni per farsi sterilizzare.

Aborti forzati
Un caso citato dal Times è quello di Zhang Linla, che ha commesso l'errore di rimanere incinta pur avendo già una figlia. Solo sei giorni prima della data prevista per il parto è stata sottoposta ad un aborto forzato.
L'articolo ha citato anche altri esempi, come quelli di
sterilizzazioni forzate e di neonati lasciati morire.
Il South China Morning Post ha portato l'esempio di Jin Yani, che è stata sottoposta ad aborto forzato avendo superato i limiti previsti. L'aborto è stato eseguito in maniera così brutale da metterla in pericolo di morte, tanto che è dovuta rimanere in ospedale per 44 giorni. A causa di quanto è avvenuto, non potrà più avere figli".

Il governo Cinese viola tutti i diritti umani, torture, aborti forzati, pena di morte. Cristiani, musulmani, membri del Falun Gong, prostitute, drogati, subiscono fino a quattro anni di lavori forzati, con torture, pestaggi, umiliazioni senza alcuna accusa o processo. Per non parlare della censura sui media e su internet, o dei lavoratori Cinesi che non hanno il diritto di riunirsi in sindacati indipendenti, nè delle persone sfrattate dalle loro case a Pechino per dar posto alle infrastrutture delle olimpiadi. E i diritti violati in Tibet? Una grande tragedia che la storia rischia di dimenticare.

E l’ONU cosa fa? TACE!

Anzi fa la voce grossa solo con l’Italia dalla quale pretende che riammetta i clandestini respinti.

Come stupirsi di questo comportamento se nel Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu, fra gli stati membri figurano paesi di "grande" rispetto dei diritti umani come Cina, Cuba, Pakistan e Arabia Saudita?! La Commissione di Ginevra aveva già perso credibilità perché al suo interno sedevano paesi accusati di violare i diritti umani, come Cuba, Sudan, Zimbabwe o Myanma.

E ora cosa hanno fatto? Hanno scelto di nuovo Cuba, ma questa volta anche Cina, Arabia Saudita e Pakistan.

In 60 anni di storia dell'ONU la lista dei fallimenti è lunga: non è stato mosso un dito per chiudere i gulag , per frenare la sistematica violazione dei diritti umani in Cina, per fermare la guerra del Vietnam, il genocidio in Cambogia e in Ruanda. L'ONU ha tollerato di tutto dai grandi dittatori al cannibale Bokassa, ha sbagliato in Somalia, in Congo in Sudan, non ha messo piede in Cecenia, non ha saputo evitare la guerra in Iraq. Anzi ricordiamo lo scandalo del cosiddetto «Oil for food», il petrolio in cambio di cibo e medicinali al popolo iracheno, che finì per metà nelle tasche di Saddam e compagni, per l'altra metà in quelle di funzionari delle Nazioni Unite, su fino all'ufficio dell'allora Segretario generale. E perché non ricordare tutto lo spazio dato al Presidente dell'Iran contro Israele???

La lista sarebbe troppo lunga. Ma ci ritornerò sull’argomento.

Dico solo basta con l’ipocrisia dell’ONU.

L’Italia non si lasci intimidire dalle ultime accuse e calunnie (anche verso il Vaticano), ma eserciti critica, giudizio e pressione forti contro le “disfunzioni e i disfunzionari delle Nazioni Unite”.

Una breve comunicazione

Carissimi,

per motivi personali e di lavoro non mi sarà possibile in questi giorni scrivere nuovi post.
Ritornerò tra voi, mi auguro, alla fine di questa settimana o al massimo l'inizio della prossima:-)

Un caro saluto a tutti

CHIESTA LA CHIUSURA DELLA CLINICA DIGNITAS

Ci abbiamo creduto e finalmente ci siamo. Qualcosa si sta facendo e non certo in punta di piedi.
Vi propongo due articoli apparsi in questi giorni
CHIESTA LA CHIUSURA DI DIGNITAS

Aduc. Piu' di 17 mila persone hanno firmato la petizione per la chiusura della clinica Dignitas di Zurigo, chiedendo anche un inasprimento della legge sul suicidio assistito. Inoltre, vorrebbero che il suicidio assistito sia disponibile solo per i residenti da almeno un anno in Svizzera. Alcuni politici di Zurigo chiedono un intervento federale sull'attuale legge. Recentemente la Dignitas ha chiesto di potere estendere il suicidio assistito anche per i malati non terminali, ad esempio per i malati di depressione. Circa 100 inglesi si sono recati in Svizzera per porre fine alla propria vita, incluso un ventitreenne rimasto paralizzato in seguito ad un allenamento di rugby, tutti non in fase terminale.



Eutanasia, iniziative in Svizzera contro il suicidio assistito

Voced'Italia. Due iniziative popolari contro l’aiuto al suicidio, lanciate nel cantone di Zurigo hanno raccolto le firme necessarie per la discussione da parte del Parlamento. La prima iniziativa mira a limitare il “turismo della morte”, restringendo ai residenti da almeno un anno la possibilità di beneficiare dell’aiuto al suicidio. La seconda iniziativa chiede l’inoltro alle Camere federali di
Berna di un’iniziativa cantonale mirante a vietare penalmente, in tutta la Svizzera “qualsiasi genere di istigazione o assistenza al suicidio”. Attualmente solo l’assistenza al suicidio per motivi “egoistici” è vietata dalla legge federale. Secondo i promotori dell’iniziativa, Zurigo sarebbe meta di molti turisti che vi si recano per morire con l’aiuto dell’organizzazione Dignitas, con costi sostenuti dallo Stato (non del tutto vero perché a pagare sono le persone che si recano alla clinica), che vanno dai 3.000 ai 5.000 franchi per ogni caso.

Mentre in Spagna l’aborto lo si vuol far passare come un intervento di chirurgia plastica, (il nuovo slogan dello zapaterismo) contro il parere della popolazione (il 64% dicono no e il 30% sì) in Italia si torna a discutere di una moratoria internazionale contro l’aborto.

Buttiglione: Rilanciamo la moratoria Riorentare battaglia contro aborto Roma, 27 mag.

"Nel tempo presente, in Italia, esiste una maggioranza che rigetta la sanzione penale per punire l'aborto (e noi, se avessimo una maggioranza la vorremmo? Lascio aperta la domanda). Vi è però un consenso in formazione sul fatto che l'aborto non è un diritto ma un disvalore morale che la legge non deve punire ma certo scoraggiare per quanto possibile". Lo afferma il presidente dell'Udc Rocco Buttiglione, in un intervento sul 'Foglio'.

Caro direttore, sei tornato di recente su di un tema che ti è caro: quello dell’aborto. E’ il tema sul quale hai condotto nelle ultime elezioni politiche una campagna nobile e sfortunata, ma è anche un tema decisivo per l’autocoscienza dell’occidente. La sentenza Roe vs. Wade, con cui per la prima volta l’aborto è stato legalizzato negli Stati Uniti non è stata recepita pacificamente dalla coscienza democratica di quel grande paese. Il tema della lotta per la vita continua e sondaggi recenti ci dicono che con il tempo cresce il numero di quelli che si oppongono all’aborto e che essi sono ormai diventati maggioranza in quel paese.

Questo ci dice anche quanto siano superficiali certe letture ingenue della “secolarizzazione” che circolano ancora fra di noi. D’altro canto il tempo e l’esperienza della vita ha dato molto da pensare anche a me ed a quelli come me che all’aborto si oppongono fin dai tempi dello sfortunato referendum del 1981. L’aborto è la soppressione di una vita umana innocente e non può mai essere accettato. Abbiamo il dovere di difendere ogni vita umana e quella del feto, o anche dell’embrione è certamente una vita umana.

E’ tuttavia difficile negare che Dio ha affidato la vita del bambino non nato alla madre in un modo unico ed assolutamente singolare. Possiamo difendere il bambino non nato contro la madre? Certo dovremmo, ma è possibile? Lascio la domanda in sospeso. Nel tempo presente, in Italia, esiste una maggioranza che rigetta la sanzione penale per punire l’aborto (e noi, se avessimo una maggioranza la vorremmo? Anche qui lascio aperta la domanda). Vi è però un consenso in formazione sul fatto che l’aborto non è un diritto ma un disvalore morale che la legge non deve punire ma certo scoraggiare per quanto possibile. In questo contesto io credo che la battaglia contro l’aborto si debba riorientare.

Il modo migliore per difendere il bambino (e forse l’unico concretamente praticabile oggi) è rafforzare l’alleanza fra madre e bambino. Questo chiede misure politiche a sostegno della donna che è tentata di abortire per ragioni economiche (una minoranza ma per nulla affatto trascurabile) o per ragioni psicologiche o perché comunque si trova sola ed impreparata davanti al compito della maternità. Dobbiamo aprire il Servizio sanitario nazionale all’azione ed alla presenza dei Centri per la Vita che offrono – con pudore e discrezione ma con fermezza – alternative all’aborto, e dobbiamo chiedere che i consultori non funzionino semplicemente come servizi di distribuzione di certificati che autorizzano l’aborto aggirando le (poche) cautele che la legge vigente prevede.

In parte questo si può fare sulla base della legge 194, in parte sono forse necessarie misure ulteriori, che non confliggono con la libertà di scelta della donna ma la valorizzano. Oggi la donna ha certo la libertà di abortire ma spesso non ha quella di non abortire. Bisogna dargliela. Esistono alcuni casi nei quali io credo che sia possibile aggregare un consenso anche su di una misura che limita direttamente l’aborto. Penso agli aborti oltre la ventesima settimana di gravidanza, quando il feto è quasi interamente formato, e si vede ad occhio nudo che si tratta di un piccolo essere umano ed ha perfino una (limitata) capacità di sopravvivenza al di fuori dell’utero materno. Qui il confine fra aborto ed infanticidio diventa davvero impalpabile.

Il problema però non è solo italiano. Esso ha una dimensione mondiale, e nella sua dimensione mondiale si vede con maggiore chiarezza come esso abbia poco a che fare con la libertà della donna e molto invece con il desiderio di distinguere la “razza dei poveri”. Io voglio riprendere l’iniziativa che tu avevi lanciato alla fine della scorsa legislatura per una moratoria internazionale in materia di aborto. Si tratta – dicevi – di una iniziativa necessaria e del tutto parallela a quella contro la pena di morte. Già allora io formulai una mozione parlamentare ma eravamo alla fine di quella tormentata legislatura e non se ne fece nulla. Credo che adesso sia venuto il tempo di riproporla.

Si tratta di impegnare il governo italiano a promuovere presso le Nazioni Unite una risoluzione che dica che l’aborto non può mai essere imposto ad una donna contro la sua volontà (accade correntemente in diversi paesi ed è un cardine delle politiche demografiche della Cina), che non è possibile vincolare il sostegno ad un paese in via di sviluppo alla sua accettazione di politiche abortive e che comunque l’aborto non può essere usato come metodo di controllo delle nascite. Una tale risoluzione non avrebbe un carattere vincolante (come non lo ha avuto la risoluzione contro la pena di morte) ma sarebbe una grande testimonianza della coscienza comune della umanità ed avrebbe certamente l’effetto di mettere fine a molte pratiche disumane (come è accaduto del resto nel caso della risoluzione contro la pena di morte).

Essa non sarebbe contro la legge 194, che afferma di volere tutelare il diritto di scelta della donna e che esplicitamente prevede che l’aborto non debba mai essere uno strumento di controllo delle nascite. Non so se questa iniziativa potrebbe aprire un dibattito più vicino alla realtà qui da noi in Italia ed isolare la posizione di quelli che sono a favore dell’aborto perché sono contro la sacralità della vita umana, ma certo smaschererebbe molte ipocrisie. Questa non vuole essere una iniziativa di partito ma vuole esprimere un movimento ampio che c’è nella società italiana, aiutarlo a diventare più consapevole di se, per far crescere e maturare la coscienza dell’intera nazione. Per questo vorrei che questa iniziativa, che nasce da una tua idea, fosse assunta da te come cosa anche tua.

Un saluto cordiale

Rocco Buttiglionevicepresidente della Camera dei deputati e presidente dell’Udc

Pubblichiamo il testo della mozione presentata lo scorso anno al Senato da Buttiglione e da altri diciannove senatori che verrà ripresentata alla Camera.

Il Senato, visti: l’art. 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che afferma il diritto alla vita di ogni essere umano; l’art. 6,1 dell’Accordo internazionale sui diritti civili e politici; l’art. 6 della Convenzione sui diritti del bambino; l’art. 1 della legge 194/1978 che afferma che “l’interruzione volontaria di gravidanza di cui alla presente legge non è mezzo per il controllo delle nascite”; considerate: la diffusione nel mondo della pratica dell’aborto selettivo a danno prevalentemente delle concepite di sesso femminile che va provocando in alcune aree geografiche un forte squilibrio fra i sessi; l’esistenza di legislazioni che attivamente promuovono l’aborto come strumento di controllo demografico e di politiche che colpiscono con sanzioni di vario genere le donne che rifiutano l’aborto, impegna il Governo: a promuovere una risoluzione delle Nazioni Unite che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta o indotta ad abortire.

Terry
Alla fine di questo post una domanda mi viene legittima: l'ONU sarebbe disponibile ad accogliere questa moratoria e allo stesso tempo essere imparziale, ben sapendo che al suo interno (grazie alle sue potentissime lobby abortiste) ci sono ex Società eugenetiche che nel dopo guerra hanno cambiato semplicemente il nome in Società per il controllo delle nascite?

La vita: il bene più prezioso

Qual è la cosa più preziosa nell’universo?



..La vita umana.

E’ il bene più prezioso, perché è il fondamento di ogni altro bene di cui l’uomo possa godere. Se crolla questo principio crollano tutti gli altri: l’amore, la libertà, la salute, la pace, le relazioni, la fede.

La vita in quanto bene indisponibile significa concretamente due cose: che non è possibile né cederlo né rinunziarvi, ma solo esercitarlo.
Affermare questo non ha nulla a che vedere con ottuse rigidità metafisiche, come molti credono, ma viene fuori dalla chiara evidenza che è un bene né inventato né costruito da noi, quanto piuttosto scoperto e accolto.

Ma se è così allora tutti dovremmo contribuire alla promozione di questo bene.


Di fatto però questo non avviene, perché non per tutti è il bene più prezioso.
Benché nella nostra società abbiamo raggiunto traguardi impensabili nell’ambito della tecnologia e della scienza, non possiamo dire di aver raggiunto nuovi traguardi per la difesa e la tutela della vita.

Anzi oggi ci sono tre limiti gravissimi che mettono in serio pericolo la sua difesa e la sua dignità: l’aborto, il diritto al suicidio assistito ed eutanasia, la manipolazione genetica. Quest’ultima dietro il pretesto della ricerca scientifica molto spesso fa dell’uomo non il fine ma il mezzo.

Eppure tutelare e promuovere la vita umana non può essere semplicemente prerogativa di alcune persone o associazioni. Ma dovere di tutti. Dovere da assumere con responsabilità e determinazione. Stimare la vita, difenderla, curarla e promuoverla dovrebbe essere l’obiettivo di tutti credenti e non credenti.

Non vi è nulla di più è drammatico e odioso che l’insulto dato alla vita.

Non è importante pensarla tutti allo stesso modo, ma è fondamentale camminare tutti verso lo stesso obiettivo: difendere la vita.

Viaggio nel labirinto della Svizzera smarrita tra pietà e persuasione di morte


Durante l'iniziativa che abbiamo portato avanti nelle settimane scorse, contro la Clinica svizzera del suicidio assistito, mandammo una lettera a il.Foglio non solo per informarlo della nostra iniziativa ma anche per chiedergli di sostenerci nel modo che loro ritenevano più opportuno.

Il Foglio ci ha ascoltato e nel giro di pochi giorni, è uscito sabato con il secondo articolo sull'argomento. Ve ne propongo uno stralcio.


Comincia dalla città prediletta da Friedrich Dürrenmatt, il viaggio nella Svizzera che molto ragiona sulle questioni ultime, che discute e legifera (lo ha appena fatto) sui modi di morire e che appare, anche su questo piano, ben decisa a tenersi strette le proprie singolarità. Un paese che tuttavia è sempre più costretto, con i suoi trecento suicidi assistiti l’anno, a valutare le conseguenze di una legislazione penale nella quale, fin dalle origini, si prevede di fatto la non punibilità dell’aiuto al suicidio, se fornito “per motivi onorevoli, segnatamente per pietà”. Un’impostazione ottocentesca, che non poteva fare i conti con l’era dell’offerta organizzata di aiuto al suicidio.

E’ in questo varco che operano associazioni dai nomi che non sfigurerebbero nel “Mondo Nuovo” di Huxley, come Exit o Dignitas. Grandi agenzie di promozione del suicidio su richiesta (anche se soltanto una domanda su tre viene accettata) e che spiegano ai vecchietti negli ospizi come ci si possa liberare, all’occorrenza, di una vita diventata troppo scomoda o gravosa. Agenzie che, oltretutto, attirano dall’estero un turismo suicidario (cinquanta casi su trecento riguardano stranieri) di cui perfino l’imperturbabile Confederazione elvetica non può essere contenta. Ma, accanto a questa Svizzera, c’è anche quella delle associazioni protestanti e cattoliche che lavorano per promuovere le cure palliative, o le organizzazioni per la tutela dei disabili, come la grande Pro Infirmis, che riesce a ottenere norme pionieristiche a tutela dei più deboli.

A tenere insieme tutto, c’è la capacità di un popolo, né veramente nordico né mediterraneo, che ha saputo trasformare in istinto naturale la storica e culturale necessità di mediare, discutere, armonizzare, contemperare, salvando allo stesso tempo una certa idea di libertà e di autodeterminazione. Ci sono ventisei cantoni di cui tener conto, e diverse chiese – la cattolica e le chiese protestanti – a loro volta dotate di autonomia cantonale. E’ proprio l’idea di autodeterminazione a dominare su tutto e a tenere insieme tutto, come se l’incubo del “Minotauro” di Dürrenmatt, la prigionia impotente in un labirinto che non si è scelto e da cui non si riesce a evadere, fosse l’incarnazione di un’angoscia nazionale da tenere continuamente a bada.

Esprime anche la sua contrarietà all’invadenza delle organizzazioni che fanno marketing del suicidio, “ma si sta pensando a una legge che consenta una sorveglianza minima su alcune di queste organizzazioni, in particolare Dignitas”. Guillod spiega anche che “nessuno, nelle strutture pubbliche, ha l’obbligo di rispondere alle richieste di suicidio assistito, che invece sono possibili a opera di personale esterno”, perché la mano che cura non può essere la stessa che offre il bicchiere con il mortale pentobarbital. Ma “ci sono municipalità, come Zurigo, che vietano comunque l’attuazione del suicidio assistito negli ospizi comunali”. La volontà di morire non è, in teoria e soltanto in teoria, sufficiente per ottenere un suicidio assistito: “Andrebbero sempre aggiunti motivi di ordine clinico, come una malattia terminale, e si dice anche che la volontà di morire non dovrebbe essere espressione della malattia psichica di cui si soffre, come la depressione. Ma come è possibile stabilire se voglio morire perché sono depresso o se voglio morire al di là del fatto che sono depresso? Io stesso non saprei quali criteri usare. Il risultato è che Exit procede a pratiche di suicidio assistito in caso di malattia soltanto psichica nella parte tedesca del paese, mentre non lo fa nella Svizzera romanda”.

La mostra sulle cure palliative, ospitata nelle cantine del Palais di Neuchâtel, si intitola “Si un jour je meurs…”. La organizza la fondazione “La Chrysalide”, collegata all’ospedale cittadino, perché “è più facile capire il concetto di eutanasia e di suicidio, piuttosto che quello di cure palliative – dice il presidente della fondazione, Michel von Wyss – e allora noi lavoriamo per spiegare che il dolore si può alleviare, che si può seguire l’evolvere naturale della malattia, senza accelerare la morte”. L’infermiera Cecilia Bisi aggiunge che “è importante sostenere le famiglie dei malati. In dieci anni di attività, tra le persone che abbiamo seguito, soltanto tre hanno chiesto il suicidio assistito e lo hanno ottenuto, fuori dalle nostre strutture”. La terza via tra accanimento e eutanasia viene spiegata con pacatezza, e sempre sottolineando che “si rispetta l’autonomia dei pazienti, e non si condannano scelte diverse. Ma qui non si viene a chiedere il suicidio”.

Più tardi, a Berna, incontriamo il consigliere e delegato di Pro Infirmis, Ruedi Prerost. Un uomo vigoroso che si muove in carrozzella, e che dopo il nostro incontro salirà in macchina e guiderà fino a casa, nel Canton Ticino. Scherza sulla sua “carriera di handicappato”. Sano fino a trent’anni, due anni di immobilità assoluta dopo un’operazione al midollo, quindici anni di stampelle e ora, da quindici anni, su una carrozzella, Prerost dice di sentirsi come “qualcuno che ha una vita faticosa, come un contadino dell’Ottocento, ma non soffro”. Per lui la parola autodeterminazione si declina soprattutto nel senso di affermazione del diritto “alla vita, all’assistenza e all’accesso alla scuola e al lavoro per gli handicappati”. Racconta che anche in Svizzera i margini economici per garantire tutto questo si vanno restringendo, “e allora bisogna essere vigili, perché sappiamo che in ogni liberalizzazione ci può essere un pericolo per il valore della vita dell’handicappato. Come associazione non ci opponiamo alla nuova legge sulle direttive anticipate, ma sappiamo che molto dipenderà dalla sua interpretazione. Tutti gli studi, ma anche la comune esperienza, dimostrano che più un malato ha l’impressione di pesare, più avrà voglia di morire, e viceversa”. A preoccupare Prerost è soprattutto “la tendenza a creare le condizioni per abbreviare la vita di persone che ‘costano’ tanto, come i malati di Alzheimer”.

La chiesa cattolica – spiega infine il sacerdote André-Marie Jerumanis, docente di Teologia a Lugano e rappresentante della Conferenza dei vescovi svizzeri – difende un criterio di dignità umana che può essere accettato anche da chi non ha fede. E’ quello che vorrei dire al vostro presidente della Camera, Gianfranco Fini, quando parla di leggi che non devono essere ispirate dalla religione. Qui non si tratta di principi di fede, ma di una visione dell’uomo che è la stessa di filosofi laici come Hans Jonas. Delle direttive anticipate, sulle quali come Conferenza episcopale svizzera non ci siamo ufficialmente pronunciati, non penso siano da rifiutare a priori, ma non nascondo che rimane critico l’aspetto della vincolatività. Il medico potrà sempre obiettare che la sua scienza e la sua coscienza gli impediscono di adempiere a certe indicazioni, e allora un provvedimento che dovrebbe risolvere certi problemi ne creerà fatalmente altri e provocherà altri conflitti. Lo dice anche la Convenzione di Oviedo: nessuna legge può intervenire su un aspetto che pertiene esclusivamente al medico. Togliergli la libertà di coscienza sarebbe molto grave. A proposito dell’autonomia dell’individuo, dobbiamo ricordarci che si tratta di un concetto che deve tener conto della relazione, non può trasformarsi in autoreferenzialità”.
Nicoletta Tiliacos

L'accanimento e l'abbandono terapeutico

Quando si parla di accanimento terapeutico, ci si riferisce all'insistenza nel ricorso a presidi medico-chirurgici che non solo non migliorano in modo significativo la condizione del malato, ma addirittura ne peggiorano la qualità di vita o ne prolungano, senza speranza di guarigione, l'esitenza penosa.

Gli elementi chiave di questa definizione sono l'insistenza, l'inutilità, e la gravosità.

Rifiutare l'accanimeto diventa a questo punto non solo legittimo, ma anzi doveroso, come segno di estrema responsabilità e rispetto verso la vita umana.

C'è una fase della malattia nella quale non ha più senso, per esempio, insistere con estenuanti e ormai inutili terapie antiblastiche, gravate oltre tutto di insopportabili effetti collaterali, o sottoporre il paziente a esami clinici indaginosi o ad interventi chirurgici che servono solo a rendere più dolorosi gli ultimi giorni della vita.

Chi rifiuta l'accanimento terapeutico non facilita nè affretta la morte della persona, ma semplicemente accetta i limiti della vita umana. Obbligo morale del medico è quello di conservare la salute e la vita, non quello di prolungare l'agonia.

C'è un momento a partire dal quale alcuni interventi terapeutici devono essere interrotti perché ormai non influiscono in nessun modo sul decorso della malattia e anzi recano danno o molestia al malato, configurando un vero e proprio accanimento terapeutico.

Ma, se cessano le cure specifiche, resta sempre l'obbligo invece di proseguire con le cure ordinarie e le cure palliative o sintomatiche: l'alimentazione, magari ricorrendo, finché è ben tollerato dal malato, all'alimentazione artificiale (sia enterale con sondino naso-gastrico , sia parenterale)*, le cure igieniche, la detersione delle ferite e delle piaghe, la terapia antalgica, l'eventuale terapia sedativa, che mantenga per quanto possbile lucidità al malato, e soprattutto solidarietà, attenzione e rispetto.

Una medicina umana deve saper tener per mano chi se ne va, accettando di curare senza guarire e coprendo con un pallium, un mantello misericordioso la devastazione del male e della paura e ricordando che quando tecnicamente "non c'è più niente da fare", umanamente c'è spesso ancora molto che si può fare.

*Alimentazione artificiale: "se la sua sospenzione comporta il morire d'inedia, allora si configura un quadro evidente di eutanasia; se la sua somministrazione è irrilevante ai fini di una morte sulla quale non influisce significativamete, anzi arreca ulteriori sofferenze al paziente, allora il persistere in essa potrebbe costituire un inutile accanimento terapeutico; se infine, come il più delle volte accade, viene somministrata ad un paziente comatoso o in stato vegetativo persistente o in fase terminale essa va ritenuta una cura ordinaria da sospendere solo in prossimità della morte naturale" Leone S., Alimentazione artificiale. Cfr: PONT. ACCADEMIA DELLE SCIENZE, Prolungamento artificiale della vita, Città del Vaticano 1987; VESCOVI CATTOLICI DI PENNSYLVANIA, Nutrizione e idratazione. Considerazioni morali, 2-12-1991, in "Medicina e morale" 42 (1992)

SVEZIA: Libero aborto per chi vuole un figlio di sesso diverso


ilsussidiario.net

Feto abortito perché femmina.
Siamo nella Cina comunista? No, nella democraticissima Svezia.
Le autorità sanitarie del Paese scandinavo hanno stabilito la piena legalità dell’aborto selettivo basato sul genere.

È accaduto, infatti, che una donna del sud della Svezia, già madre di due figlie, si sia sottoposta ad amiocentesi per verificare il sesso del nascituro. Delusa per non poter avere il maschietto che tanto desiderava, la donna ha chiesto ai medici dell’Ospedale Mälaren di poter interrompere la gravidanza.

La direzione sanitaria di quella struttura ospedaliera ha investito della questione la Commissione Nazionale della Salute e del Welfare (Socialstyrelsen) chiedendo precise disposizioni circa la possibilità di praticare l’aborto selettivo basato sul genere, in assenza di reali ed evidenti ragioni di carattere medico.

La Commissione si è pronunciata nel senso che una simile richiesta non potesse essere rifiutata, giacché l’aborto fino alla diciottesima settimana resta nell’ordinamento giuridico svedese un diritto inalienabile della donna, anche se motivato sulla base della scelta personale del sesso del nascituro.

Questo tipo di aborto selettivo sembra un po’ troppo anche per gli abortisti sfegatati di casa nostra. Ma alle anime belle dei pro-choice nostrani verrebbe spontaneo porre una domanda. Posto che l’aborto – come ribadisce il Socialstyrelsen svedese – è un diritto inalienabile della donna, che differenza fa se il motivo per ricorrere all’interruzione della gravidanza è fondato sul sesso del nascituro, sulla sua disabilità, sulle sue caratteristiche genetiche, o semplicemente sul fatto che la madre non desideri rovinarsi una vacanza programmata al Club Méditerranée a causa di una gravidanza non programmata (episodio reale di cui ho avuto conoscenza per ragioni professionali)?

Ciò che è accaduto in Svezia ha il pregio di togliere il velo di ipocrisia da qualunque argomentazione pelosa intorno all’aborto. Si deve avere il coraggio di dire le cose come stanno ed essere coerenti fino in fondo.
Del resto, oggi in Italia, nonostante la petizione di principi della Legge 194, vige una piena applicazione del concetto di autodeterminazione della donna: in realtà nessuno può impedire ad una donna maggiorenne non interdetta di abortire se essa lo vuole, qualunque siano i motivi della sua richiesta.

Anche da noi, in teoria, esiste la possibilità di praticare un aborto selettivo per genere, solo che si preferisce non dirlo. Meglio trovare altre ragioni più presentabili, magari attraverso le maglie sempre più larghe del criterio costituito dal “rischio per la salute psichica della donna”.
A dispetto delle premesse, la Legge 194 ha introdotto, di fatto, nel nostro ordinamento giuridico un antiprincipio assai grave: il diritto di vita e di morte in capo alla donna nei confronti di un altro essere umano innocente. Nella pratica quotidiana questo “ius vitae ac necis” è assegnato alla madre in maniera totale ed esclusiva, attraverso l'espediente della procedura, che trasforma un delitto in un atto medico pagato dai contribuenti.

In Svezia l’aborto è una “conquista” sociale fin dal 1938. Oggi, stando alle statistiche dello Johnston’s Archive, più del 25% delle gravidanze in quel Paese si concludono con un aborto, percentuale che ha registrato un aumento del 17% a seguito dell’introduzione della cosiddetta pillola del giorno dopo, quella che, secondo i promotori, avrebbe dovuto proprio ridurre il fenomeno dell’aborto.

Del resto, tale fenomeno non è stato arginato neanche dal fatto che in Svezia l'educazione sessuale faccia parte integrante dei programmi scolastici fin dal 1956, e che proprio la Svezia sia considerata la patria del condom. Tutti abbiamo riso quando nel 1992 in quel Paese vennero venduti profilattici con il coniglio Bernie, emblema del campionato europeo di calcio, o quando, più recentemente,
l’Organizzazione svedese per l’educazione sessuale (RFSU) ha lanciato un’iniziativa che prevedeva la consegna rapida di preservativi a domicilio per le coppie rimaste senza sul più bello, mediante quattro vetture, recanti l’insegna “Cho-San Express”.

Questo esasperato culto per la contraccezione, (così come la distribuzione gratuita di condom nelle scuole secondarie e superiori ed i programmi avanzati di educazione sessuale), non ha eliminato la piaga dell’AIDS né ridotto il dramma sociale dell’aborto. Ha soltanto dimostrato che il profilattico non è la soluzione.

Vuoi vedere che anche su questo punto aveva davvero ragione quell’oscurantista, retrogrado, antipatico tedesco di Joseph Ratzinger?

(Gianfranco Amato - Presidente dell'Associazione "Scienza e Vita" di Grosseto)

Una nuova cultura della vita

Poche righe per ringraziarvi del sostegno ricevuto in queste settimane. Non sappiamo quale risultato porterà la nostra iniziativa, forse è stata solo un goccia nel mare, ma siamo contente, perché quella goccia noi l'abbiamo messa.


Crediamo nella dignità dell'uomo, ed è proprio in nome di questa dignità che tutto deve essere finalizzato a lui, perché nessuna realtà naturale vale quanto una persona umana.


Crediamo che sia importante costruire una nuova cultura della vita. Che mantenga fermi alcuni valori. Io nel mio piccolo continuerò a farlo, e so che lo faranno anche molti di voi.


Insieme sarà meno faticoso arginare questa cultura della morte sempre più dilagante.


"GUARDA LA VITA..NON PERDERLA DI VISTA"

Una lettera al Ministro

Autori:
Viviana
Terry

Carissimi amici,

oggi vi presenteremo l’ultimo strumento, a sostegno della nostra iniziativa.
Lunedì siamo partite col raccontarvi cosa succede in una clinica svizzera, tanti di voi ci hanno dato sostegno e di questo non vi ringrazieremo mai abbastanza.

Vi chiediamo di collaborare ancora, non solo perché crediamo in questa iniziativa, ma soprattutto perché lo consideriamo un dovere. Promuovere la vita, e arginare tutto ciò che può invece negarla. Soprattutto se dietro ci sono interessi economici, che poco hanno a che fare con la dignità dell’uomo e la sua bellezza. Una bellezza trasfigurata forse nella fisicità a causa di una malattia, di un handicap, ma intatta nell’animo.

Abbiamo inviato una lettera al Ministro degli Esteri On. Franco Frattini, che vi proponiamo quì di seguito. Vi chiediamo un ultimo sforzo: quello di prelevarla e inviarla al Ministro con le vostre generalità. Vi chiediamo anche di farla girare in modo che in molti possano usare questo strumento. Più siamo, più possibilità abbiamo che qualcosa si muova.

Nel secondo rigo ci presentiamo come cattoliche, ognuno di voi può presentarsi come vuole perché siamo convinte che la difesa della vita non abbia colori, né bandiere, né religioni.

Vi ringraziamo in anticipo.

Indirizzo a cui la lettera va inviata:
segreteria.frattini@esteri.it

Alla cortese attenzione del
Capo Segreteria e Segretario Particolare
Dott.ssa Nadia SALVATORI

Gentilissima dottoressa Salvatori,
le sarei estremamente grato/a se, dopo avere preso visione della presente, lei potesse, nel momento più opportuno, porgerla all'attenzione del Signor Ministro degli Esteri, Onorevole Franco Frattini.

Ringraziandola anticipatamente, le porgo un caloroso saluto

Nome e Cognome


Onorevole Signor Ministro degli Esteri, dottor Franco Frattini,
sono/a un/a modesto/a blog-writer cattolico/a che, insieme ad alcuni "colleghi" e lettori, è rimasto molto impressionato dalla realtà delle cliniche che praticano l'eutanasia o suicidio assistito.

Come Lei saprà, cliniche di questo tipo si trovano in Belgio, Olanda e Svizzera; però, mentre nei due primi Paesi il "servizio" è riservato ai concittadini, la Svizzera invece apre le porte anche agli stranieri, e dunque anche agli italiani. Sono venuto/a a conoscenza che molti nostri concittadini hanno richiesto la "prestazione" e 15 di loro sono già stati uccisi.

Ci preoccupa molto il fatto che il proprietario della clinica abbia piani di marketing molto ambiziosi: non solo i malati terminali, ma chiunque sia stanco di vivere, potrà rivolgersi a loro.

Le notizie di cui disponiamo sono frammentarie e imprecise, le Vostre saranno di ben altra qualità, ma parrebbe che le Autorità elvetiche stiano valutando se intervenire in senso restrittivo sulle attività del centro.

Ora io mi chiedevo se Voi, come Ministero degli Esteri di uno degli Stati coinvolti nella vicenda, potreste fare una diplomatica pressione perchè lo Stato svizzero proibisca l'utilizzo del "servizio" ai cittadini italiani o comunque stranieri.

Conoscendo la Sua sensibilità ai temi che riguardano la difesa della vita sono certo/a che, se in questa vicenda esiste un margine di azione per il Ministero di cui Lei è titolare, lo attuerà al meglio.

Perciò, qualunque sia la Sua decisione, fosse anche "purtroppo non c'è niente da fare", La ringrazio comunque di cuore!

Con stima

Nome e Cognome
Account di posta elettronica
Link del blog (se ne avete)

L'INIZIATIVA CONTINUA...

Autori
Viviana
Terry


Oggi vi presenteremo due testimonianze. Siamo convinte che più che le le nostre parole, contino molto di più quelle di chi vive sulla propria pelle una malattia invalidante e sceglie la vita.Ne abbiamo scelte due per questioni di spazio: quella di Salvatore Crisafulli (per due anni in stato vegetativo) e Mario Melazzini (medico malato di SLA).

Abbiamo inoltre creato dei banner che rimandano:
  • Uno al post precedente (per continuare a diffonderlo)
  • Un altro al post di Viviana "La vita è mia"
  • Un terzo al post di oggi

Chiaramente anche per questi strumenti potete scegliere di prelevare ciò che volete.

SI' ALLA VITA La Vita è adesso Guarda la vita
I codici da prelevare sono nella colonna centrale (a destra del post)

Sfogo di Salvatore Contro L'eutanasia

Dal mio letto di quasi resuscitato alla vita cerco anch’io di dare un piccolo contributo al dibattito sull’eutanasia. Il mio è il pensiero semplice di chi ha sperimentato indicibili sofferenze fisiche e psicologiche, di chi è arrivato a sfiorare il baratro oltre la vita ma era ancora vivo, di chi è stato lungamente giudicato dalla scienza di mezza Europa un vegetale senza possibile ritorno tra gli uomini e invece sentiva irresistibile il desiderio di comunicare a tutti la propria voglia di vivere.

Durante quegli interminabili due anni di prigionia nel mio corpo intubato e senza nervi, ero io il muto o eravate voi, uomini troppo sapienti e sani, i sordi? Ringrazio i miei cari che, soli contro tutti, non si sono mai stancati di tenere accesa la fiammella della comunicazione con questo mio corpo martoriato e con questo mio cuore affranto, ma soprattutto con questa mia anima rimasta leggera, intatta e vitale come me la diede Iddio.


Vi ricordate di quel piccolo neonato anencefalico di Torino, fatto nascere per dare inutilmente e anzitempo gli organi e poi morire? Vi ricordate che dalla sua fredda culla d’ospedale un giorno strinse il dito della sua mamma, mentre i medici quasi sprezzanti spacciavano quel gesto affettuoso per un riflesso meccanico, da avvizzita foglia d’insalata?

Ebbene, Mamma, quando mi coprivi di baci e di preghiere, anch’io avrei voluto stringerti quella mano rugosa e tremante, ma non ce la facevo a muovermi né a parlare, mi limitavo a regalarti lacrime anziché suoni. Erano lacrime disprezzate da celebri rianimatori e neurologi, grandi "esperti" di qualità della vita, ma era l’unico modo possibile di balbettare come un neonato il mio più autentico inno all’esistenza avuta in dono da te e da lui.

Sì, la vita, quel dono originale, irripetibile e divino che non basta la legge o un camice bianco a togliercela, addirittura, chissà come, a fin di bene, con empietà travestita di finta dolcezza.

Credetemi, la vita è degna d’essere vissuta sempre, anche da paralizzato, anche da intubato, anche da febbricitante e piagato.

Intorno a me, sul mio personale monte Calvario, è sempre riunita la mia piccola chiesa domestica.

Mamma Angela, Marcello, Pietro, Santa, Francesca, Rita, Mariarita, Angela, Antonio, Rosalba, Jonathan, Agatino, Domenico, Marcellino, si trasfigurano ai miei occhi sbarrati nella Madonna, nella Maddalena, nella Veronica, in san Giovanni, nel Cireneo. Mi bastano loro per sentirmi sicuro che nessun centurione pagano oserà mai darmi la cicuta e la morte.

Salvatore Crisafulli
http://www.salvatorecrisafulli.it/testimonianze.htm


Quando la malattia incurabile fa scoprire il senso della vita

La storia inizia quando il medico di successo, sportivo, con una forma fisica invidiabile e una famiglia composta dalla moglie e tre figli, scopre di essere affetto dalla SLA, una malattia degenerativa che dopo averlo invalidato permanentemente lo avrebbe dovuto portare alla morte entro tre anni.

Così, l'uomo che scalava le montagne, che sembrava non aveva timore di nulla, il medico che curava i malati si scopre egli stesso profondamente malato. E' spaventato, triste, fragile, con la prospettiva di un immediato futuro fatto di sofferenza, dolore, disperazione.

Melazzini racconta in maniera cruda le tante difficoltà per accettare una malattia che giorno dopo giorno lo disabilita, la resistenza a portare il bastone, e poi ad andare in carrozzella. Descrive la rabbia che gli impedisce di accettare la sua condizione di malato e il desiderio di rimanere solo e morire lontano da tutto e da tutti.

Nel punto più basso della sua disperazione, Melazzini racconta di aver pensato seriamente alla forma moderna di eutanasia, cioè al suicidio assistito.
Nel maggio del 2003 scrive ad una clinica svizzera, "Dignitas", e risponde a tutti requisiti richiesti per iniziare le pratiche che dovrebbero portarlo alla morte.

Telefona alla clinica perché gli sembra assurdo che per suicidarsi basti un'e-mail. La telefonata è surreale. "Mi sembrava di parlare con un impiegato del ministero - racconta Melazzini -
Ho sentito un gelo incredibile".


I funzionari della clinica gli fissano un appuntamento per un incontro preparatorio. Nel libro il giornalista Piazza ha raccontato che Melazzini "provai ad immaginare la scena. Un luogo asettico, una stanza bianca con un medico biondo che lo informa del modo in cui lo ucciderà".

Ma Melazzini non andrà a quell'appuntamento con la morte; da quel momento, anzi, ha iniziato a combattere per la vita.
"Credo che in quel momento, sia pure a livello inconscio, sia venuta fuori la mia fede", spiega.

Come in una conversione, inizia un'altra storia, quella del medico che, proprio perché malato, capisce a aiuta di più i pazienti, quella dell'uomo che sa cos'è la sofferenza e per questo conosce a fondo l'umano e scopre la bellezza dell'anima.
"La malattia - ha scritto Melazzini - non porta via le emozioni, i sentimenti, e fa anzi capire che l'essere conta più del fare. Può sembra paradossale, ma un corpo nudo, spogliato della sua esuberanza, mortificato nella sua esteriorità, fa brillare maggiormente l'anima".

Da quel momento l'oncologo malato di SLA comincia a combattere per cercare una cura contro la malattia. Conosce altre persone colpite dallo stesso male riunite nell'AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) e insieme a loro conduce una battaglia di dignità e diritto all'assistenza.
Oggi Melazzini è presidente dell'AISLA, e nella riflessione in appendice al libro ha scritto: "Ciò che manca è una reale presa in carico del malato, una corretta informazione sulla malattia e sulle sue problematiche, una comunicazione personalizzata con la famiglia". (...) "Bisogna occuparsi del malato e impegnarsi affinché la malattia e la disabilità non siano criteri di discriminazione sociale e di emarginazione".

In merito al suicidio assistito, l'oncologo ha sottolineato che "
non si può chiedere a nessuno di uccidere. Una civiltà non si può costruire su un simile falso presupposto. Perché l'amore vero non uccide e non chiede di morire".

"Mi batterò perché la dignità delle persone fragili sia riconosciuta e favorita con i fatti", scrive Melazzini in conclusione. "Perché, sono convinto che un corpo malato può portare salute all'anima, rendendola più forte, più tenace, più determinata".


http://www.zenit.org/article-15087?l=italian


Volete aderire a un'iniziativa?

Autori: Terry
Viviana

Carissimi amici,
i più sagaci di voi ci avranno già "sgamato" da un po': stiamo tramando qualcosa, nell'ombra...Ombra? Ma dài, che i contorni si intravvedono già! Basta solo dare un po' di potenza all'alogena! :-)

Insomma, c'è questo business-man in Svizzera, che aveva già avviato una fiorente attività di "suicidio assistito" per malati terminali. La struttura da lui gestita, a differenza di analoghi centri esistenti in Belgio e Olanda, è aperta agli stranieri. Molti italiani sono in attesa, 15 purtroppo sono già stati uccisi.
La cosa terrificante (come se la "base" di partenza non fosse già, di suo, agghiacciante) è che quest'uomo proprio in queste settimane sta parlando apertamente di ampliare enormemente il suo business.

Come? Semplicissimo: ampliando l'offerta del "servizio" a tutti. Non più solo i malati terminali. Non più solo i malati. Chiunque voglia morire. Anziano, giovane, giovanissimo. Purchè paghi.

Ora noi, pur sapendo di avere, umanamente parlando, pochissime 'chances', non vogliamo rimanere zitti e indifferenti.

Vorremmo solo che chiunque pensi al suicidio dia un ultimo sguardo al miracolo della vita, prima di compiere un gesto estremo.

Abbiamo predisposto alcune semplici iniziative, e ve le presenteremo nel corso dei prossimi giorni.

Ecco i primi strumenti da noi predisposti:

a) un video
IL SI' ALLA VITA
video


b) il post di Terry "Ludwing Minelli..come arricchirsi sulla povera gente"

c) il post di Terry "
Io non ho paura di...vivere!"

Ciascuno di voi, senza doverci rendere conto di nulla, se lo riterrà utile, "preleverà" ciò che vuole.
Per quanto riguarda il codice del video (per pubblicarlo su un blog)invece potete richiederlo contattandomi, nello spazio mail del blog.

Febbre suina: tra delirio economico e follia ambientale

Dopo il morbo mucca pazza e la più recente aviaria, un’altra influenza ha risucchiato l’umanità in un vortice di panico: la febbre suina. Prima di cadere nella spirale della paura è bene fare alcune importanti riflessioni che possano aiutare a comprendere quello che sta accadendo.

Un dato di partenza per inquadrare nella sua giusta dimensione la questione dell'influenza (o febbre) suina è quello del tasso di mortalità di questa malattia di cui a stento qualcuno parla in questa bagarre che si è scatenata sui media: l'ipotesi avanzata dall'European Centre for Diseases Prevention and Control (Ecdc), un'agenzia dell'Unione Europea, è quella di un tasso di mortalità simile a quello dell'influenza stagionale, che negli over 65 è pari all'1%. Questo è quanto ha affermato in questi giorni in una conferenza stampa a Stoccolma Angus Nicoll, capo del Programma influenza ente europeo.

Certo, la situazione è in continua evoluzione e viene costantemente tenuta sotto controllo, ma questo è il punto fermo da cui occorrerebbe partire.

In secondo luogo va anche sottolineato che i casi di morte che si sono avuti in Messico (8 su un totale di 99 persone infettate) non sono stati ancora analizzati al meglio nella loro evoluzione patologica.

C'è addirittura chi mette in dubbio la causa virale da febbre suina come la causa determinante della morte di tali soggetti. E non è una persona qualunque colei che fa questa affermazione bensì Tereza Brugal, presidente della Società spagnola di epidemiologia, che in una intervista pubblicata nel sito del quotidiano spagnolo El Mundo dichiara che tali decessi potrebbero anche essere dovuti ad un insieme di altre concause aggravanti come ad esempio il ritardo nella diagnosi e nel trattamento dell'infezione (per l'inadeguatezza del sistema sanitario messicano), un debole sistema immunitario da parte degli infettati e la presenza di altre patologie pregresse (per le cattive condizioni alimentari e igieniche in cui vivono moltissimi messicani; Città del Messico è infatti una delle città più popolose e inquinate del mondo).

I media, tuttavia, puntano più sul numero complessivo di
pazienti colpiti cercando di suscitare
maggior ansia e coinvolgimento generale e rimanendo ambigui rispetto al numero di casi effettivamente mortali. Sicuramente ci sono dunque altre motivazioni in gioco. Non per niente il costo dei vaccini influenzali in Messico in questo periodo è quasi decuplicato. Una manovra farmaceutica a livello internazionale in questo senso non è da escludersi. Del resto, è già accaduto in passato.

A partire da queste premesse che riflessioni si possono fare?
La prima che mi viene in mente è ovvia ed è sempre la stessa per ogni allarme di tipo “alimentare”, ossia la condizione grave in cui gli animali da carne vengono allevati, con mangimi “monotematici”, in spazi angusti, sovratrattati farmacologicamente e magari a contatto con nitrati ecc. È chiaro che in queste situazioni i virus hanno buon gioco nella loro corsa alla riproduzione, alla mutazione e alla colonizzazione degli organismi. Lo stretto contatto con gli allevamenti intensivi, e magari in condizioni di scarsa igiene, pare il mix necessario per la trasmissione del contagio all'uomo (così come pare sia accaduto per il primo caso accertato in Messico).
Tutto, però, è molto controverso.
Ad esempio, l'Organizzazione mondiale per la salute animale sostiene che non vi sono focolai di influenza suina negli allevamenti di maiali messicani e che non è dimostrata alcuna trasmissione tra le due specie, perlomeno non in questa occasione.
Un altro aspetto della questione è che, a fronte di quello che sta accadendo, dovremmo perlomeno riflettere sul fatto che la produzione di animali clonati, e quindi con lo stesso patrimonio genetico, come da più parti si auspica ormai col sostegno dell'industria biotech, ci metterebbe in realtà in una situazione catastrofica di fronte a eventualità di pandemie generalizzate, dato che solo la diversità “individuale” può trovare le strategie per far fronte a questo tipo di situazione biologica.
È la biodiversità che va incentivata. Non l'omologazione


Altra riflessione che inquadra il tutto da un altro punto di vista: ma quanto ci sta nuocendo viaggiare come folli intorno al mondo in aereo per i motivi più disparati, superficiali e assurdi? Questo frenetico traffico mondiale di persone, animali e oggetti cosa sta causando a noi stessi e al pianeta? Quante piante e animali esotici stanno devastando i nostri ecosistemi e viceversa? Quanti insetti e batteri, e appunto anche virus, viaggiano beati incontro a “paradisi fiscali” dove non hanno antagonisti? Ma cosa stiamo esattamente facendo? Boh.

Eppure, perlomeno fino al 28 aprile scorso, l'OMS ha “ribadito con forza” che non si raccomandano né chiusura delle frontiere né restrizioni ai viaggi internazionali. L'importante, secondo la massima organizzazione mondiale che dovrebbe tutelarci a livello sanitario, è rimanere “calmi e razionali”, che probabilmente, tradotto nella lingua del mercato della salute, significa vaccinarsi o munirsi di antivirali e continuare a spendere e spandere in ogni ambito. Primum non nocere... al salvadanaio del sistema.

Ultimo dato di fatto su cui spendere una parola: un essere umano è costantemente a contatto con batteri e virus di ogni genere. Virus e batteri possono sì avere un potenziale nocivo, ma questo deve fare i conti con il nostro sistema immunitario. E non è una differenza da poco, altrimenti saremmo estinti come specie già da un pezzo. Se un sistema immunitario è equilibrato e in buona forma i rischi di complicazioni gravi dovuti a un'infezione si riducono moltissimo. Salvaguardare quindi con l'alimentazione e lo stile di vita il proprio benessere psicofisico è sempre e comunque un buon investimento. Anche per il Pianeta. Ad esempio, mangiare poca carne oltre che a garantire un migliore stato di salute a chi lo pratica consentirebbe di limitare il numero di allevamenti e conseguentemente di aumentare gli spazi e/o il modo di allevare gli animali destinati all'alimentazione umana. Il che ridurrebbe la loro sofferenza. Se poi si volesse divenire vegetariani... la febbre dell'oro non ci contagerebbe.
Valerio Pignatta

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